Per piacere e per passione (mai per soldi, ma solo perché nessuno mi pagherebbe per questa attività 😁) mi sono appassionato da decenni al problema dello stabilire cosa sia' vero da ciò' che non lo e. Non è un problema da poco, tanto che lo si dibatte da millenni. Gente che avrà perso diottrie a leggere tomi su tomi, ad elaborare e difendere le mille sfaccettature di una teoria per la quale si è spesa la vita…
Avevano sbagliato tutto.
Ricordo bene il momento. Si stava parlando delle cosiddette "scie chimiche" (all'epoca era di moda, ora un po' meno). E io avevo sciorinato la mia solita carrettata di noiose argomentazioni, tra rasoi vari, documenti storici, necessità di misurazione oggettiva dei fenomeni, ripetibilità dell'esperimento eccetera.
Ma la mia interlocutrice risolse tutta la questione con un efficacia ed efficienza invidiabile. Disse soltanto questa frase di monumentale imponenza.
Sì, ma tu che cosa senti?
Di fronte a tale saggezza, lo ammetto, non seppi rispondere.
Adesso dovrò ribadire l'ovvio ma no: una cosa non è vera perché credi che lo sia. Si tratta di un ragionamento fallace e circolare: per credere che "ciò che si crede vero è vero", basta credere che sia vero, che ciò che si crede vero sia vero; e così via all'infinito.
Nel frattempo il tempo passava e io, ignaro, non avevo compreso che, questo tipo di "pensiero" andava diffondendosi e intrecciandosi perversamente con la politica delle identità; che, una quota non trascurabile dei suoi propugnatori, bloccati in una trappola logica e braccati dal loro stesso moralismo, hanno finito per abbracciare.
Tale miscela indigesta ha prodotto almeno tre tipi di "mostri" intellettuali:
- la prima categoria, lo si comprende immediatamente discendere dall'affermazione citata, è quella che ritiene che sia vera qualunque ipotesi verosimile; se vediamo una persona per terra è plausibile pensare che sia inciampato, da ciò non si può dedurre che lo sia: potrebbe essere stato strattonato da uno scippatore, per esempio;
- la seconda è chi non può avanzare una critica ad un fenomeno se, nel farlo, ci si vedrebbe costretti a ripensare un dogma di una dottrina alla quale si è aderito, a rinnegare qualcosa che si sente vero; ciò equivarrebbe a rinnegare il principio stesso che ciò che si crede sia vero. Per esempio non si può dire che in Iran viga una teocrazia liberticida, perché questo equivarrebbe a dire che non solo l'occidente è causa dell'oppressione che affligge i popoli.
- la terza è quella categorie di persone che ritiene doveroso prendere posizione su qualunque argomento, non sulla base della logica e dei fatti, ma sulla base dei propri convincimenti precostituiti. Tale posizione non può che essere un posizionamento morale, per la sua stessa genesi.
È ovvio, cioè, che se ciò che senti è vero, chi la pensa diversamente sia automaticamente in errore e, se quella persona che comincia a avere dubbi sul fatto che i propri dogmi siano un metodo valido di valutazione dell'esistente sei tu, allora sei nei guai, perché sai bene che esternandoli la conseguenza sarà l'ostracismo da parte dei tuoi ex compagni di setta.
Tali sistemi, dunque si auto sostengono e sono fortemente resilienti, d'altronde ne abbiamo uno che sta in piedi da 2000 anni qui da noi.
Ciao!
C.